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"HOUSE SLAVES?" NO GRAZIE!
di Paolo Antonelli

Avere cibo e un riparo dove abitare, sentirsi al sicuro, condividere la propria vita con un partner, essere felici di procreare, tutte espressioni naturali della vita umana che qualcuno ha definito "diritti fondamentali".
Il mondo disarmonico che l'umanitā ha perpetuato negli ultimi millenni ci ha inculcato la convinzione che tali diritti siano privilegi da conquistare.
Molti giovani italiani, soprattutto maschi, sono incerti e preoccupati al pensiero di farsi una famiglia: il caro vita, la precarietā del lavoro, la mancanza di fiducia nelle istituzioni.
In Cina la situazione č meno drammatica nelle campagne, che offrono un minimo di sussistenza anche alle famiglie con redditi molto bassi. Tuttavia, nelle grandi cittā, negli ultimi due-tre anni il prezzo delle case e di molti generi alimentari č raddoppiato, scombussolando i piani di molti giovani che contavano di acquistare una casa in 10-15 anni. Tale prospettiva č svanita in nome dello sviluppo economico e nella nebbia della crisi finanziaria che sta decimando i posti di lavoro anche per i pič brillanti laureati cinesi.
Quindi o si diventa un "House slave" - schiavo del muto della casa - o si fa retromarcia.
La lungimiranza del governo cinese, che ha vincolato la vendita di immobili nelle aree rurali, garantisce quasi sempre un'abitazione agli oltre 130 milioni di individui in cerca di fortuna nelle cittā.
Il giovane chi ha il coraggio di fregarsene delle critiche dei compaesani che lo definiranno "un perdente" potrā tornare nel villaggio o nella cittadina di origine dopo aver frequentato il college o l'universitā in cittā. L'esperienza urbana gli avrà fornito l'assaggio dell'inferno potenziale che lo attenderebbe se decidesse di restare: competizione e stress, giornate spese tra mezzi pubblici e aria inquinata, un posto di lavoro precario con due terzi dello stipendio destinati al muto o all'affitto.
E il tempo libero per se stesso e per la propria famiglia? E i propri sogni?
Pur rappresentando una minoranza, sono sempre di più i giovani cinesi che fanno retromarcia, spesso disillusi da una scuola che ha fornito loro ben pochi strumenti per affrontare la realtà.

LA FAMIGLIA VIRTUALE
La cultura del matrimonio cinese tiene in considerazione lo status e il potere sociale delle famiglie di origine, il livello di educazione scolastica e naturalmente il fattore estetico.
Di norma livelli corrispondenti si attraggano, anche se, come ovunque, la bellezza femminile può talvolta farsi strada attraverso ambienti altolocati e uomini facoltosi e potenti.
Non è il caso di Guanghua, una giovane cinese di diciotto anni che vende "mantou", panini a vapore, in un mercato rionale nei sobborghi a nord di Pechino. Emigrata da un villaggio rurale della provincia dello Henan č una ragazza carina e simpatica e con poca autostima. Un giorno le chiesi se avesse un fidanzato. "No" mi rispose. "Come mai?" "Perché non sono attraente".
In Cina il "dovere" di metter su famiglia è anche sostenuto da un forte condizionamento sociale: lo fanno tutti, lo devo fare anch'io.
E se poi l'amore non nasce i coniugi sono addirittura disposti a chiudere un occhio sulle violenze e sulle scappatelle reciproche per non compromettere la reputazione.
Tornando al matrimonio come uno scambio di beni piuttosto che come un'unione divina d'amore, un'amica mi raccontava di una madre di Shanghai che contrattava con la famiglia del fidanzato dell'unica figlia per ottenere, oltre alla casa (che viene considerata competenza dell'uomo), diverse decine di migliaia di euro per la straordinaria avvenenza della ragazza.
La sposina risultava anche impreziosita dall'alto livello di istruzione scolastica alla quale aveva potuto accedere grazie agli sforzi finanziari della famiglia, un investimento a rendere sia a livello matrimoniale che professionale.
Il Signor Yu, titolare di un'agenzia matrimoniale di Shanghai ha raccontato ad un giornale che per sette donne in cerca di anima gemella ci sono solo due-tre uomini potenziali.
"Le trentenni con un alto livello di istruzione e di stato sociale elevato sono le pič difficili da accontentare", afferma Yu. "Il problema non risiede tanto negli uomini, che tendono ad accontentarsi di una compagna pič giovane e non troppo ambiziosa, ma nel timore che molte donne hanno nello sposare un uomo pič giovane, meno qualificato e pič basso di statura".
E' inutile sottolineare che queste pretese femminili non fanno altro che aumentare lo stress e la competizione giā esasperati tra i giovanotti cinesi. Un esercito di figli unici che si č giā accollato dalla nascita il terribile onere del mantenimento finanziario dei genitori, solitamente privi di pensione e di assistenza medica.
Non sorprendiamoci se malinconia, depressione e suicidi sono in costante crescita. Già nel 2005 il China Daily pubblicò un articolo dal titolo: "China needs more soul savers" - La Cina ha bisogno di più salvatori di anime.
E non dimentichiamoci del fattore "dignità".

Un giorno ho incontrato una giovane pittrice pechinese nata da genitori che hanno incoraggiato il suo talento fin da bambina. Diventando sempre più famosa, oggi è arrivata a guadagnare oltre 2500 Euro al mese, mantenendo anche due gallerie d'arte. "Il mio problema", mi confidava, "E' che non riesco a trovare un potenziale marito cinese disposto a guadagnare meno di me o tanto meno a farsi mantenere".
C'è qualcuno in ascolto?

www.howareyou.it